Socrate: Daimon, lo Spirito e l’Estasi

[Socrate: Daimon, lo Spirito e l’Estasi – Articolo di Massimo Molinari]

Dervisci turbinanti

La filosofia (amore della saggezza) nella sua evoluzione, dopo essersi espressa come pensiero libero e autonomo alla ricerca del SE’ (Spirito, Sahu, Atma) e dei significati ad esso connessi, anche e soprattutto alla ricerca della Verità, ipotizzando che ci possa essere una Verità, anch’essa finisce col polarizzarsi, diventando mera speculazione.

Ed esprime quello strano malessere che si riscontra in tutti gli altri campi: la manifesta incapacità di convivere con il “diverso”, il terzo incomodo o ignoto.

L’esempio storico a noi più vicino, prima di Giordano Bruno, è quello di Socrate.

In questo cosmico manifestarsi della dualità, espressione della limitatezza del pensiero frutto del mentale, si consolidano, per poi diventare dominanti, le due correnti apparentemente contrapposte ma perfettamente integrate nell’attuale finto dipolio:

stato-chiesa, destra-sinistra, repubblicani – democratici, monarchia-democrazia.

 

Due finti filoni, quindi:

1) Platone con la sua schizofrenica separazione mondo ideale/reale, che vorrebbe far governare ai “filosofi” la città che non esiste “Utopia”, fuori dal mondo reale.

Conclusione : siccome nel mondo reale nulla è ideale o perfetto, allora sei sbagliato, colpevole, imperfetto, impuro e devi essere “redento”, o peccatore.

Tesi ampiamente condivisa in toto, quindi, dalle chiese visto che ipotizza l’Anima!!

2) Aristotele, per sfuggire all’impossibile conciliazione reale/ideale, esaspera l’aspetto razionalizzante della mente.

Di per sé potrebbe essere uno strumento utile nelle nostre mani, solo che così è solo un’astrazione della realtà e non è gestibile in quanto è peggio del tocco di re Mida, che morì di fame dato che tutto quello che toccava diventava Oro.

Anche in questo caso, siccome l’uomo non è “razionale”, va diviso e separato!!

 

Ecco che i polarizzati (parzializzati) si proclamano di pensiero “platonico”, cioè fratti (da frazione), oppure con orgoglio “aristotelico”, cioè oltre che fratti, sterili e incapaci di sviluppare il lato creativo.

 Socrate: Daimon, lo Spirito e l’Estasi – Il Sacro

Parallelamente a questi aspetti del mentale, però, nel mondo reale le società si organizzano ed organizzano una visione organica del mondo.

Tutte le civiltà evolute, conoscendo i limiti della ragione e l’apparente incongruenza del reale, inseriscono il fattore “ignoto” ed elaborano, indistintamente tutte, il sistema di integrazione che ha funzionato per millenni:

il “Sacro”

Il “Sacro”, che va espresso, in tutte le possibili varianti, visto che il “Sacro” è l’unica “chance” di superare e trascendere gli apparenti “limiti” umani.

Ecco le espressioni di alcune figure-chiave che realizzano questa dimensione reale e del reale.

Lo Sciamano, pontefice fra i mondi: il reale e l’aldilà, è già una figura canonica .

Ben noti tutti i riti orgiastici, vedi “Le baccanti”, le sacerdotesse del dio, le profetesse, i profeti, etc.

Ecco le varie figure come Bacco, Diòniso per i Greci.

E i relativi “misteri”, che tali sono solo per chi non li pratica.

Shiva e la danza cosmica

Shiva e la danza cosmica

Particolare che vale la pena di ricordare: il colore della pelle è identico per tutte queste figure chiave: dall’Egizio Osiride, all’indiano Shiva e la Danza cosmica, al greco Diòniso.

I buddisti… si, proprio Loro, e la cosa è o ignota o respinta dai più che ostentano di essere “buddista” : il loro “sistema” è organizzato in maniera tale che al sommo vertice delle decisioni “cruciali”, al di là perfino dell’Oceano del Dalai Lama, esiste l’ “ORACOLO”, che viene realizzato e manifestato da un individuo “diverso”, appositamente individuato, identificato ed istruito per realizzare l’evento.

Nella cultura orientale è la stessa cosa : dalla Cina al Giappone e così tutti.

Jung ha fatto conoscere in occidente questo aspetto del reale , individuale, con I CHING, il libro dei mutamenti o l’Oracolo.

Recentemente l’idea è stata riproposta nel film “Matrixcon l’Oracolo, appunto, che sa tutto senza Nulla sapere .

 [ N.B. Ho solo citato il film per questo dettaglio, visto che Matrix può accendere fantasie separate da un corpo integro ed esprime non la realtà ma una visione dualistica e fratta, cioè separata e non integrata, con la sua proposta duale, cioè mentale: pillola rossa o blu?

Simili simulacri di realtà sono proponibili e accettabili da una categoria “particolare” di Individui che hanno si l’anelito del sublime o del Sacro ma che usano mezzi non idonei e fuorvianti, quindi non produttivi o dannosi. ]

I due finti filoni convergono quindi nel tentativo di evitare, di esorcizzare la possibilità che l’individuo possa, in qualche modo, approdare o in comunità o da solo alla sua LIBERAZIONE INTERIORE!

Non sarebbe più governabile e pilotabile nelle scelte e decisioni.

Socrate: Daimon, lo Spirito e l’Estasi – L’Estasi

Poi c’è l’ “Estasi” (= essere fuori… non si sa bene da cosa) e mistica e sessuale ( di questi tempi entrambe tabù).

Nell’universo islamico, una per tutti, Rābi‘a al-Baṣrī, quella che amo di più, in quella corrente di pensiero universale che li chiama “Sufi”( vedi Dervisci), nell’Islam, o Zen in oriente o semplicemente “mistici” in occidente, ma ciò che li collega è la medesima concezione di rapportarsi con il mondo,

l’Estasi:

l’essere costantemente, quotidianamente, perennemente in evoluzione nella unione-dissidio, a volte, spesso, con il Divino che permea la loro esistenza.

La spiritualità e il fondamentalismo stanno agli estremi opposti dello spettro culturale.

La spiritualità cerca con il Sacro un rapporto sensitivo, contemplativo e trasformativo, ed è capace di sostenere livelli dell’incertezza nella sua ricerca perché il rispetto per il mistero è al di sopra di ogni cosa.

Il fondamentalismo cerca certezze, risposte fisse e l’assolutismo, quale pavida risposta alla complessità del mondo ed alla nostra vulnerabilità come creature in un universo misterioso.

La spiritualità deriva dall’amore per il Sacro e dall’intimità con esso, mentre il fondamentalismo deriva dalla paura e dalla ossessione dal Sacro.

La scelta tra la spiritualità e il fondamentalismo è una scelta tra l’intimità consapevole e un inconscio possesso.

Cito a tal proposito il pensiero di Sujith Ravindran “coach” contemporaneo e Indiano:

L’abbandono estatico è il luogo nel quale la ragione vacilla.

L’adulto integro e risolto lascia il posto al bambino giocoso che si immerge nell’inebriante esperienza del momento.

Il passato e il futuro scompaiono, per cedere il passo al qui e ora.

Il giorno e la notte cessano di esistere, sostituiti dalla freschezza del profumo dell’alba.

Il controllo e la rigidità dell’ego cedono alla beatitudine e alla leggerezza dell’anima.

L’estasi dell’abbandono lascia che sgorghi una risata liberatoria e schiude la via a energie prigioniere, coagulate nell’uomo per l’eccessivo lavoro mentale.

L’uomo ha creato una verità illusoria per condurre la propria esistenza.

Di generazione in generazione, ha elaborato una definizione globale sul significato di “essere adulto”.

Quindi, ha imparato a mantenersi conforme rispetto a tale aspettativa, perché il giudizio sociale è la vera punizione per chi lascia libero il bambino dentro di sé.

Per lasciarsi andare all’estasi dell’abbandono, l’uomo deve prima liberarsi dalla gabbia del giudizio, suo e degli altri.

La rigidità della mente adulta soggioga la capacità innata del lasciarsi andare e sebbene l’uomo resista alla chiamata dell’abbandono cercando di conservare così il suo amor proprio, in realtà è proprio annullandosi nell’estasi che l’uomo può tornare all’amore.

Vivere l’esperienza dello spirito significa semplicemente essere in unità con il tutto.

Non si tratta di un concetto astratto e potente suggerito dai “guru” o dai maestri spirituali.

E non si tratta neanche di un’esperienza accessibile solo a quei pochi in grado di vivere in una “dimensione” altra.

È invece un’esperienza d’accesso universale, anche in un contesto di assoluta ordinarietà.

Può essere attuata nella quotidianità, mentre si cucina o si lavora in giardino, oppure può essere sperimentata attraverso pratiche più esoteriche di meditazione o altri rituali che portano l’uomo in una realtà più Profonda o alternativa, gli fanno perdere il senso dello spazio e del tempo, lo uniscono al qui e ora e gli permettono di scoprire che un essere privo di limitazioni è un essere in unità con il tutto.

L’estasi dell’abbandono consente all’uomo di togliersi la maschera che lo rende insicuro e ne inibisce l’espressività.

Solo uscendo dalla prigione del suo ego può assaporare l’esperienza dell’abbandono all’estasi.

L’ego – infatti – costringe l’uomo in un’interpretazione intellettuale della realtà intorno’ ostacolando il libero fluire delle capacità intuitive e sperimentali.

L’ego è il presupposto su cui 1a rigidità della mente, sostenuta da condizioni e schemi precostituiti, rende automatica la vita.

Quando l’uomo abbandona i meandri del subconscio per andare incontro alla luce della consapevolezza, e poi inizia ad agire sulla base di tale consapevolezza, si libera dai vincoli dell’ego e acquisisce la capacità di lasciarsi andare all’estasi.

L’io Maschile Maturo può smettere di pensare a sé come “Io”‘ come nel caso di Shiva quando assume la forma di Nataraja (il signore della danza) ed esegue la sua Thandava’ la vigorosa danza da cui hanno origine la creazione, la conservazione e la dissoluzione, o come nel caso dell’uomo quando può danzare al suono della sua musica preferita lontano dallo sguardo altrui.

Dimentica il suo corpo e tutto ciò che 1o circonda, perché essi sono un tutt’uno’, legato dall’amore.

Quando l’io Maschile Maturo si lascia andare all’estasi dell’abbandono, tutti i limiti interni svaniscono e si concede al piacere della gioia.

Non si sente più così ingenuamente legato alle paure del suo ego.

Capisce che il distacco dall’ego è parte di un unico tragitto che prevede anche il percorso ascensionale dell’anima.

Benché i limiti dell’esistenza possano creare barriere artificiali fra gli esseri umani, l’io Maschile Maturo riesce ad esprimere il suo vero sé, perché in esso risiede l’esperienza più intensa che l’anima Possa Provare.

L’abbandono estatico è un arrendersi all’ignoto.

È una scelta consapevole e, pertanto, l’Io Maschile Maturo, sceglie di affidarsi all’estasi dell’ignoto per intraprendere il viaggio verso la gioia e l’amore.

Abbandonandosi, sceglie di essere guidato – e non condotto a forza- verso gioia e amore.

L’ignoto è l’immenso spazio dove orbitano infinite possibilità.

L’io Maschile Maturo è affascinato da questo cosmo che gli offre innumerevoli possibilità di apprendimento, evoluzione, rinnovamento e trasformazione.

Mosso da spirito d’avventura, egli si lancia consapevole di trovare la sua verità.

Vuole vivere con pienezza la vita, che significa anche confrontarsi con l’ignoto.

Non ha paura del caos che è parte integrante del suo viaggio, né lo preoccupano le incertezze che sono il lasciapassare per ii suo abbandono.

Vede invece l’estasi come un’opportunità per ridisegnare se stesso e raggiungere la massima pienezza possibile in quel dato momento.

Quando si lascia guidare dal momento, l’io Maschile Maturo libera la sua vita dalla schiavitù della paura e si allontana dalla morsa dell’ego.

Nel lasciarsi guidare da quell’attimo ispirato, o dall’imitare la danza di Shiva nelle sembianze di Nataraja (il signore della danza), l’’uomo non dimentica la sua missione.

Al contrario, essa è incastonata nel subconscio e si propaga in ogni cellula del corpo.

Nell’estasi dell’abbandono, l’uomo è in unità con gli universi che lo circondano e la sua missione è in armonia con la forza trasformatrice della Natura, la sua missione diventa la musica con cui l’io Maschile Maturo danza in totale estasi.

Nell’abbandonarsi, si sente guidato dalla sua stessa missione, nota dopo nota, battuta dopo battuta, fino a quando il canto non si rivela in tutta la sua bellezza e la gioia suprema della composizione pervade tutto il suo essere.

La devozione verso l’Infinito è fonte di piacere, perché sa che lungo quella via incontrerà la sua destinazione.

La devozione è espressione del cuore, esperienza dell’anima.

La devozione inizia dove finisce la mente razionale.

In quanto tale, essa non è definibile, ma la sua esperienza è reale.

E una forza che unisce, perché cerca e trova sempre sé stessa negli altri.

Tramite la sua vita attuale e quelle passate, l’uomo accumula senza sosta un’infinità di impressioni nel suo essere.

Col tempo si consolidano nei suoi pensieri, valori, fisiologia e psicologia, ma soprattutto nei suoi traumi.

Come il fantino impugna le briglie che controllano il cavallo, così i traumi esercitano un controllo sulle facoltà, sulla fisiologia, psicologia, propensioni, pensieri, parole e azioni.

Senza averne consapevolezza, i traumi trovano un luogo sacro nel profondo dell’uomo, dal quale governare la sua vita, rendendolo nient’altro che testimone silenzioso dei suoi stessi pensieri, parole e azioni.

Egli è sconcertato dallo scarso controllo delle sue facoltà, ma proprio tale scompenso lo dissuade dal cedere e abbandonarsi all’estasi.

L’uomo rimane freddo e distante dai traumi, erige alte pareti a protezione, sigilla ogni fessura affinché il frastuono assordante dei traumi non penetri violando il suo equilibrio.

Ritiene erroneamente che i traumi vadano semplicemente lasciati da parte, che più ci si colloca distante data loro presa, quanto più si esula dalla loro porta, tanto meglio si può agire usando le proprie facoltà.

L’estasi dell’abbandono praticata dall’io Maschile Maturo libera i traumi dai recessi del subconscio, lasciandoli salire in superficie come bolle d’aria a lungo prigioniere sott’acqua.

Egli non cerca compromessi, perché sa che non può tenersi lontano dai traumi e invocare la guarigione.

Nel suo abbandonarsi, sente riemergere antichi ricordi e il risveglio dei traumi correlati, divenendone pienamente consapevole.

Nella sua intimità con i traumi, l’uomo vede il cuore soffrire, e la guarigione dal dolore ha inizio nella comunione con tutto il suo essere.

Egli crea uno spazio sacro dove il dolore può riemergere, e come il flauto dell’incantatore risveglia il serpente dormiente nella cesta, così la compassione è lo strumento che spinge il dolore verso la dissoluzione.

L’uomo penetra, tramite l’abbandono in fondo ai suoi traumi mantenendo una posizione di assoluta unità.

Nell’ intimo abbraccio con gli artefici delle sue sofferenze, sente il dolore mutarsi in perdono, e raggiunge il vuoto della saggezza e della pace.

Nell’estasi dell’abbandono l’uomo dimentica l’esistenza corporea.

L’esperienza sensoriale viene sostituita dall’estasi dell’anima e si sente avvolto dalla naturalezza del suo vero essere.

L’uomo raggiunge L’unità della gioia con 1a forza della Creazione e l’amore diviene l’elemento cardine del suo vero essere.”

Socrate: Daimon, lo Spirito e l’Estasi

Il “daimon” di Socrate, dicevamo.

Perché viene condannato a morte in una società molto liberale e famosa per aver fatto della filosofia quasi la sua ragion d’essere ed esempio al mondo di libertà?

Socrate non lasciava scritto quel che andava pensando perché sosteneva che uno scritto è come l’immagine che raffigura un individuo (a quei tempi non c’era la foto): è fissa e statica e non parla .

Ossia non è possibile il dialogo! Non si parla con uno scritto.

Sosteneva che sentiva, di tanto in tanto, una voce che gli parlava in merito a quel che andava pensando, il più delle volte dicendogli cosa o come fare o non fare.

Come dire che Socrate aveva dentro di sé un “maestro Jedi” che lo istruiva nel suo percorso di ricerca interiore! Scandaloso!

Se si accetta che possa esserci un uomo che dentro di sé porti liberamente, appunto, un “δαίμων” nella lingua greca, che possa istruirlo senza il beneplacito e il controllo dei detentori del potere istituzionalizzato, il “sistema” corre il rischio del collasso.

“Quid est veritas” chiede Pilato a Gesù, pronta la risposta: “Vir qui adest”, traducendo essotericamente, l’uomo che hai di fronte a te!, cioè: “Io sono la Verità fatta uomo“.

“Crucifige!” – sentenzia Caifa – “se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e cercheranno la verità dentro sé stessi.”

Idem per Socrate: pur proponendo l’esilio come pena ed espiazione del misfatto, preferisce una morte liberatoria alla rinuncia della sua libertà e a rinnegare le sue idee con una falsa confessione di colpevolezza di corruzione della gioventù.

Storicamente le chiese trasformano il daimon socratico in “demone” e quindi essere spregevole e simil-satanico, ma che nulla ha a che fare con i fantasmi, i cosiddetti “spiriti” intendendo invece le anime vaganti dei defunti non consapevoli del loro “stato”; altra cosa sono i demoni , intendendo gli spiriti elementali esistenti in natura.

I demoni secondo SaiBaba:

Durante i dieci giorni del Dasara, i demoni (Rakshasa), nella forma delle qualità malvagie, vengono distrutti.

Rakshasa non significa essere demoniaco, le qualità cattive delle persone sono i demoni: l’arroganza è un demone, i pensieri cattivi sono demoni.

Conclusioni.

Si evince che il “δαίμων” socratico è il “self” di Jung, non l’io o ego, che cerca Il vero SE’, ossia l’Atma, ossia lo Spirito.

S.N.U. Massimo Molinari

[Socrate: Daimon, lo Spirito e l’Estasi – Articolo di Massimo Molinari – pimolina_2007 [at] libero.it]

PS

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