I Veda, Mantra Vedici e Formule Sacre

I Veda, Mantra Vedici e Formule Sacre[I Veda, Mantra Vedici e Formule Sacre – Articolo di David Ciolli]

Si può dire che l’inizio della civiltà indù quale noi la conosciamo sia costituito da una serie di testi la cui epoca di formazione è tutt’oggi incerta: i Veda (alcuni studiosi, come Tilak, basandosi su indicazioni astronomiche contenute nei testi, fanno risalire la loro origine all’epoca dell’ultima glaciazione, circa 10.000 anni fa).

Questi fanno parte della sruti (lett. conoscenza), “rivelazione” in quanto “audizione”, e la sua trasmissione attraverso i secoli è stata orale.

C’è nella trasmissione orale dei Veda un’attenzione all’aspetto sonoro di quel sapere e un invito costante a meditare su ciò che sono le parole, in quanto pronunciate, sulla parola detta, sulle singole sillabe e sui metri poetici, in sostanza sui suoni, visti come materia indistruttibile della parola e dell’universo stesso.

Anche se nei secoli si sono moltiplicati i manoscritti e le edizioni a stampa, è tutt’oggi viva l’idea che i Veda, per essere veramente efficaci, devono essere imparati a memoria, anzi devono costituire una parte essenziale della memoria di colui che li recita.

In effetti possiamo dire che nell’antichità il potere dei sacerdoti del culto vedico si basava sull’esatta conoscenza dell’esatta pronuncia degli inni, attraverso la quale avevano il potere di costringere al proprio volere le divinità stesse, ed imporre così un ordine alla natura…

I Veda, Mantra Vedici e Formule Sacre

Attraverso le formule sacre, il loro potere assumeva valenze cosmiche.

I mantra vedici sono frutto di un’ispirazione, una visione diretta della realtà.

Quando i sacerdoti cominciavano la loro recitazione intonando la sacra sillaba OM, essi “simbolicamente inalavano l’intero mondo fenomenico, poi col mantra pronunciato, essi esalavano la sostanza vitale che diventava tutt’uno con il continuum universale di energia spirituale.”

Accanto alla pratica ufficiale dei sacerdoti, possiamo immaginarci un mondo parallelo ma spesso convergente fatto di incantesimi, formule magiche, rituali di magia nera quale lo troviamo nell’ultimo dei quattro libri sacri, l’Atharva-Veda, dedicato, appunto, a magie di ogni tipo e nel quale affiorano con evidenza credenze popolari appartenenti ad uno strato culturale che precede l’insediamento ariano sul suolo indiano.

Anche qui il concetto di una forza magica insita nelle parole è l’asse portante, il fulcro di ogni verso.

A questa concezione è legata anche l’importanza attribuibile al nome, per cui il nome vero è tenuto nascosto e sostituito, per l’uso quotidiano, con un nome fittizio.

Nel pensiero mitico il nome proprio, di una persona o di una divinità, rappresenta l’essenza del nominato, è la sua parte immortale, è lui stesso, e va quindi preservata dall’influenza di persone che potrebbero farne usi malvagi.

Le concezioni vediche, attraverso percorsi che sarebbe molto lungo descrivere, passano e si amplificano nell Upanishad, che rappresentano il coronamento filosofico dei Veda e dove la parola, in particolare certe sillabe, acquista valenze di portata cosmologica.

Una concezione del linguaggio come potenza degli dèi non poteva che sfociare in una grammatica scientifica, che ha più i connotati di un misticismo della parola che non di una trattazione scolastica (Devanagari, ovvero l’alfabeto sanscrito, significa ‘scrittura degli dèi’).

Il suo principale scopo è quello, da una parte, di permettere la corretta conoscenza dei Veda, dall’altra la loro conservazione.

Fondamentale branca della grammatica diventa, quindi, la fonetica, che si occupa della pronuncia delle parole.

In India è la lingua parlata, quella del culto, che è importante, e la parola rituale è efficace solo nella sua forma esatta.

L’aspetto formale sembra avere una rilevanza fondamentale.

Infatti, tutti possono disporre dei testi sacri, ma solo certe persone sono a conoscenza della corretta pronuncia.

La dottrina della parola viene sviluppata da numerosi studiosi e correnti mistiche (ad es. il Tantrismo).

In alcune scuole Shivaite, la parola, il mantra, è coscienza.

Il mantra deve essere tutt’uno con lo yogi, diventandone la coscienza in proporzione al grado in cui esso è pervenuto alla realizzazione dell’unità con la divinità.

D’altronde, tutto ciò che ci è dato di apprendere, e il modo stesso in cui la coscienza prende coscienza di sé, si deve alla parola.

La conoscenza di un potere del suono non si ferma ad un uso rituale classico.

Già in età vedica, tale concezione sfocia è presente nelle pratiche sciamaniche di tipo terapeutico, nelle quali va probabilmente ricercato l’inizio di ogni altra concezione simile.

Suoni di potenza vengono infatti adoperati per sconfiggere disagi fisici e psicologici, e tutt’oggi è possibile vedere all’opera guaritori che pronunciano suoni spesso privi di senso logico e attraverso i quali il male viene estirpato o alleviato.

I Veda, Mantra Vedici e Formule Sacre

Non posso non accennare poi all’importanza dei cosiddetti rasa (sapore) della musica indiana, che si basa su successioni di suoni conosciuti come raga , da molti paragonati ai modi greci, a cui è attribuita, appunto come in Grecia, una serie di valenze emotive e cosmologiche.

Ogni raga è appropriato ad un certo periodo del giorno o della notte, in quanto muove sentimenti associati alle diverse ore della giornata.

Come non pensare a Morfeo e al potere della sua lira?

L’esecuzione di pezzi musicali è sempre stata, in India, momento non solo ricreativo, ma culturale nel vero senso della parola, in quanto la musica indiana, come abbiamo detto, ha riferimenti di tipo cosmologico, e quindi esecuzioni negligenti potevano mettere in pericolo l’ordine, la Legge divina.

Vi sono numerose storie riguardo il potere del suono, della parola.

Un vecchio saggio predisse addirittura la prima guerra mondiale in base all’uso errato che il popolo occidentale  faceva della musica.

Inoltre l’effetto della musica indiana è più di ordine cumulativo che drammatico.

Lo scopo delle esecuzioni, più che comunicare un significato, è quello di trasmettere un’emozione.

Essendo formata da melodia e ritmo (non conoscendo l’armonia e il contrappunto come lo intendiamo noi), è diretta verso uno sviluppo melodico ciclico che richiede un livello di raffinatezza e senso di improvvisazione molto elevato.

La musica è, fra le altre cose, intrinsecamente collegata all’arte della danza.

Per una particolare propensione dello spirito indiano, per il quale la realtà vera non si conosce vedendola o pensandola ma soprattutto vivendola, anche nell’arte della danza il danzatore non va soltanto guardato, ma si deve immedesimarsi in lui fino alla simbiosi mitica di ogni suo gesto.

Solo allora la danza, come in generale tutta l’arte, esplica il suo immenso potere catartico e diventa rituale.

Chi vedeva danzare le devadasi (donne dedicate al servizio nel tempio) entrava con esse nel mito (danza di Shiva), gradualmente si identificava con esse attraverso la ripetizione incessante delle melodie musicali che, come vere e proprie droghe sonore, riempivano l’aria e la permeavano di variazioni ritmiche e melodiche.

Ogni gesto vuole ricreare la sacralità eterna del mito.

Alla musica e alla danza sono legati i fenomeni di trance di cui tratteremo in un altro articolo.

[I Veda, Mantra Vedici e Formule Sacre – Articolo di David Ciolli – www.diventachisei.it]

PS

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