Consapevolezza di se stessi: un antidoto per la sofferenza

Consapevolezza di se stessi[Consapevolezza di se stessi: un antidoto per la sofferenza – Articolo di Josaya – Foto credit AlexGrey.com]

In tutta l’umanità c’è la profonda e radicata convinzione di quanto tragico (ed è vero) sia il dolore, di quanto ingiusta e incomprensibile sia la sofferenza del mondo e degli uomini (ed è vero!), di quanto triste tragica e senza evidenti vie d’uscita sia la condizione terrena (ed è vero!), di quanto insensibile e ingiusto sia dire a chi soffre che sbaglia (ed è vero! Ma è anche vero che il medico pietoso….)

Ma noi abbiamo la convinzione che per quanto vero tutto questo e inconfutabile, ci sia qualcosa di più, ci sia una motivazione dietro a tutto questo e soprattutto ci sia il modo di evitarlo questo male, questo dolore, questa sofferenza.

Per lo meno a livello individuale e personale al momento (quello universale è un passo più lontano, ma siamo convinti che ci si arriverà e che quello sia lo scopo di arrivo per quanto lontano, ma indubbiamente sempre più vicino).

Focalizzandoci sulle affermazioni (vere!) fatte in apertura, non facciamo altro che dar fuoco alla miccia del malcontento, delle lamentele, dei piagnistei (per lo più giustificatissimi, non fraintendeteci) miccia che porta diretta ai milioni di bidoni di benzina sul baratro di disperazione universale.

Non è lì che vogliamo arrivare!

Perché quelle affermazioni, per quanto vere, sono senza dubbio incomplete e basate su un’ “ignoranza” (inconsapevolezza) di fondo.

Consapevolezza di se stessi:

un antidoto per la sofferenza

Il male è un concetto astratto che non poggia su basi oggettive (questo è un concetto che non ha bisogno di ulteriori prove o argomentazioni) e ciò significa che finiamo per associargli un significato relativo, dipendente dalla nostra sensibilità contingente, esponendoci ad una serie di equivoci e fraintendimenti.

Ogni atto, ogni situazione, ogni evento infatti vengono giudicati, diciamo dall’opinione pubblica (o privata o individuale, non fa differenza il meccanismo è lo stesso) in maniera differente a seconda del punto di vista da cui li si osserva (e anche questa è una cosa risaputa e accettata universalmente e non ha bisogno di ulteriori esempi per essere dimostrata).

Una definizione oggettiva accettabile di “male” crediamo che possa coincidere con la concezione che la nostra mente sviluppa in base al dolore che le provoca la situazione definita “male”.

Cioè c’è tanto più male quanto più la nostra mente percepisce il dolore.

Quindi se la nostra mente non avesse esperienza del dolore probabilmente non esisterebbe nemmeno il concetto di “male”.

Di conseguenza senza conoscere la sofferenza non potremmo nemmeno valutare la malvagità, quindi non saremmo nemmeno in grado di valutare se e perché sarebbe meglio scegliere un’opzione piuttosto di un’altra.

Ecco perciò che identificando il male come tutto ciò che provoca in qualche modo sofferenza.

Senza l’esistenza del dolore non sarebbero percepibili la gioia, la felicità e tutti i cosiddetti opposti al “male”.

Consapevolezza di se stessi: un antidoto per la sofferenza

Questo comunque non significa in nessun modo che pur conoscendolo il dolore esso non sia trascendibile e quindi superabile (al di la di ogni teoria del Karma).

Nella nostra realtà terrena materiale, dove la capacità di sopravvivenza è direttamente proporzionale alla capacità di evitare, o quanto meno superare, tutte le situazioni e le condizioni che sono dannose o letali per la propria incolumità e conservazione, il dolore e la sofferenza rivestono il ruolo insopprimibile di indicatori di tali situazioni.

Se non sapessimo che essere investiti da un auto in corsa può procurare moltissima sofferenza ed essere anche letale per la sopravvivenza dell’individuo, perché ne abbiamo avuto, anche indirettamente, esperienza, non ci preoccuperemmo affatto di guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada, e non ci importerebbe nulla di prendere le dovute precauzioni per evitare l’impatto e nemmeno ci importerebbe niente di insegnarlo ai nostri figli (tanto per fare un esempio banale ed immediato).

Pertanto il dolore e la sofferenza sono lo strumento che ci è stato fornito per avvisarci che la nostra incolumità (fisica e spirituale) è in qualche modo minacciata!

Perciò evidentemente un mondo, le cui caratteristiche di base si fondano sui principi che nulla è immutabile e le risorse sono relativamente limitate, non può esistere senza la presenza della conoscenza della sofferenza.

Dato che la nostra capacità di provare dolore (definizione oggettiva che abbiamo dato del “male”) è uno strumento essenziale per la conservazione della nostra vita, risulta che il “male” è un ‘attributo necessario’.

Quindi il male diciamo che dipende dalle caratteristiche del nostro mondo, cioè dalle caratteristiche che rendono possibile la conservazione della vita all’interno della realtà incarnata e materiale così come è stata progettata e realizzata contingentemente.

E’ evidente anche che attualmente, nell’epoca in cui viviamo, certe conoscenze di modalità di sopravvivenza sono state acquisite e tramandate, per cui non abbiamo più bisogno di perdere una persona cara travolta da un auto per capire che dobbiamo usare prudenza nell’attraversare la strada, altri nel mondo hanno fatto quest’esperienza anche per noi.

Tuttavia se le emozioni non ci procurassero anche dolore come ci piacerebbe che fosse, non sarebbe in realtà tutto proprio rose e fiori, come si potrebbe pensare a prima vista.

E’ qui che si introduce il concetto di male come opportunità di crescita spirituale.

Come abbiamo visto poco fa per quanto riguarda il dolore fisico, anche la sofferenza emozionale ci permette di comprendere il suo opposto, ossia la gioia e la felicità.

Se noi o qualcuno per noi non avesse fatto esperienza della privazione degli affetti, delle pene d’amore della mancanza di rispetto ecc.. certamente nessuno di noi sarebbe in grado di godere degli opposti di tutto ciò.

Non avrebbero più gran valore sentimenti come l’amore, il rispetto, la stima, l’amicizia ecc se non ci fosse stata l’esperienza della loro mancanza.

Tuttavia la bella notizia è che siamo ad un livello di evoluzione tale per cui la cosiddetta “conoscenza” ci permette di superare il male (dolore) non essendo esso più necessario.

Quindi una volta raggiunto un certo livello di consapevolezza, la sofferenza smette di essere necessaria e può essere sostituita con strumenti più efficaci e meno invasivi, tuttavia pare che finchè questa consapevolezza non è stata raggiunta il dramma cosiddetto, sia il sistema più utile e più gettonato, per l’elevazione spirituale di ognuno.

Superato un certo livello di consapevolezza l’apprendimento può avvenire efficacemente senza “spargimento di sangue”, è sufficiente volerlo…. ricordi il potere dell’intenzione?

Consapevolezza di se stessi: un antidoto per la sofferenza

Da una prospettiva “cosmica” l’essere umano non viene nemmeno toccato dalla “tragedia” perchè la verità, osservata dalla prospettiva ampia, è che il Tutto è Amore, L’Amore non sbaglia e non prevede il dramma.

Tuttavia finchè siamo calati nell’illusione terrena dotati di un sistema percettivo limitato, il male lo sentiamo eccome.

La buona notizia però è che possiamo evitare di manifestarlo.

Sono l’intenzione e il livello di consapevolezza a fare la differenza.

Il potere di una mente consapevole è illimitato.

[Consapevolezza di se stessi: un antidoto per la sofferenza – Articolo di Josaya – www.Josaya.com]

PS

Se ti è piaciuto “Consapevolezza di se stessi: un antidoto per la sofferenza”, condividi su Facebook: CLICCA sul bulsante blu qui in basso! 😉


Leggi anche questi Articoli: